Rapide Review 1

Inauguro una categoria “senza categoria” in cui poter brevemente descrivere alcuni titoli visti ultimamente e che non necessitano, per me, che di poche righe.

Finché morte non ci separi
Regista: Matt Bettinelli-OlpinTyler Gillett
Genere:CommediaHorrorThriller
Anno:2019
Paese: USA
Durata: 95 min
Data di uscita: 24 ottobre 2019
Distribuzione: 20th Century Fox

Se amate l’horror leggero che sappia darvi qualche sprazzo di splatter e di commedia questo film è quello che fa per voi.
L’ho trovato abbastanza deludente e scontato nei dialoghi iniziali… già ero preoccupata. Tralasciati i primi venti minuti di “spiegone” di trama, il film comincia ad avere un suo ritmo intrigante. Personalmente adoro lo humor nero, e qui se ne fa buon uso. Gli attori sono convincenti, la storia semplice e brillante come idea di base. Alcune cose sono prevedibili, ma sembrano fatte per esserlo, altre proprio no. Il finale potrebbe sorprendervi. Un buon film da consigliare per una serata in cui non si sa cosa guardare, o semplicemente si vuol vedere qualcosa di carino.

APOSTOLO
Regista:Gareth Evans
Genere:Thriller
Anno:2018
Paese: USA, Gran Bretagna
Durata: 129 min
Distribuzione: Netflix

Parte bene, come ambientazione, personaggi e trama. Un po’ scontato in alcune dinamiche sociali ma ci poteva stare in questo thriller ambientato nel 1905. Qualche domanda comincia a nascere, qualche perché che ti tiene attaccato allo schermo. Poi tutto rallenta, anche troppo, finché si crea un vorticoso caos di eventi dietro a cui non sono riuscita a stare. “Troppa trama” è la sua croce, tant’è che dico: può andare bene ma non possiamo finirla in questa maniera. Un po’ deludente, potevano osare meno in certe dinamiche perché i presupposti iniziali erano ottimi. Un film per chi ama le trame fitte e non stacca mai mai gli occhi dallo schermo. Se vi perdete un fotogramma è la fine.

MUTE
Regista:Duncan Jones
Genere:FantascienzaThriller
Anno:2018
Paese: USA
Distribuzione: Netflix

Che delusione. Davvero, cerco di trovare sempre il lato positivo di qualcosa, ma qui ce ne sono ben pochi. In un futuro prossimo, un ragazzo muto si trova a dover cercare la fidanzata scomparsa. La trama è letteralmente un caos di nomi e relazioni cui non son riuscita a stare dietro. L’ambientazione cozza costantemente con la vita del ragazzo che è pure Amish (e se la vive benissimo come barman in una città futuristica estrema) cosa che non sembra comunque fondamentale per la trama, quindi perché farlo? Qui anche se ti vedi tutto il film devi fermarti a prendere appunti per capire. Corre troppo veloce, troppa gente, troppo tutto. Un film pieno che sembra schiacciare il protagonista che diventa quasi parte integrante dell’arredamento. Per il resto se volete potete consigliarlo al vostro peggior nemico.

Originali Netflix – Nell’Erba Alta

Apro una nuova categoria che avevo in mente da tempo, ossia quella esclusiva della produzione Netflix. Dato che ovviamente sono un’abbonata, ho pensato fosse giusto cercare di dare spazio anche a quel tipo di homecinema che non passa, o passa per pochissimo tempo, attraverso il grande schermo.

Se volete passare un’oretta e mezza di confusione e sbigottimento questo è il film che fa per voi.
Basato sul racconto di Stephen King e del figlio Joe Hill, Nell’erba alta è un film che si muove a tratti come il più classico degli horror con quel tocco di paranormale e di thriller tipici della scrittura di King, ma che a parer mio pecca nell’approfondimento dei personaggi.

NELL’ERBA ALTA – TRAMA
La storia parla di due fratelli, Becky (Laysla De Oliveira) e Cal (Avery Whitted), in viaggio verso la casa degli zii. In una sosta d’emergenza (la ragazza è incinta) sentono un bambino, Tobin (Will Buie Jr), chiedere aiuto da un campo di erba alta a bordo strada, ed entrano per aiutarlo ad uscirne. Da qui ovviamente parte tutta la trama del film vero e proprio, snodandosi tra cunicoli verdi in un terreno che sembra infinito e che farà perdere la via del ritorno anche ai due ragazzi.

HAI UNA STORIA?
Quello che un po’ mi ha infastidita di questo film è che tutti i personaggi sono a malapena abbozzati. Non c’è una chiara definizione delle loro vite, eccezion fatta per le ovvietà che si riducono massivamente ai legami di parentela tra i protagonisti. Nell’erba alta potrebbe cambiare tutti i personaggi, poteva essere girato usando tutt’altro tipo di caratterizzazione perché questo non sembra in fin dei conti utile alla trama. Il vero protagonista di tutta la storia è questo enorme campo d’erba di cui, fino alla fine, capiremo comunque sempre molto poco ma per il paranormale e l’horror come genere puro può anche andare bene, a patto che vengano stabilite di base le regole generali a cui risponde questa parte di sovrannaturale. Le regole, di fatti, sono chiare: il campo cambia, ti fa perdere lui stesso volontariamente, parla, ha una sua volontà.

UNA FOTOGRAFIA GREEN
Un grosso applauso vorrei farlo al direttore della fotografia che se non è diventato pazzo con questo film è solo un miracolo. Le scene girate sono pazzesche e l’evidente difficoltà di muoversi per il 90% del tempo in un campo fatto solo da lunghi steli di erba o mais che sia (non sono brava in botanica) è un punto a favore. Del resto personalmente ho sempre amato quei film dove ci sono pochi spazi, magari difficoltosi a livello cinematografico, ma che nel loro minimalismo riescono a non distogliere l’attenzione dalla storia (per esempio In linea con l’assassino). In questo caso gli spazi sono sia il luogo dove avviene la storia che uno dei personaggi e questo è reso davvero bene. Ci sono state un paio di scene che mi hanno fatto pesantemente percepire la vitalità del campo, anche grazie all’uso delle musiche e degli effetti sonori.

HORROR VECCHIO STILE
Per le tematiche horror e paranormale, ho apprezzato davvero tanto la scelta generale di trama. Io che ho letto qualche racconto di Lovecraft e faccio giochi di ruolo ispirati a tali racconti, ho piacevolmente goduto di alcune scelte che però sono meno condivisibili ai più. Senza andare a fondo nella trama, sto parlando di quel tipo di racconto quasi ancestrale che non va a spiegarti davvero a fondo i perché di quello che avviene, ma ti dice che i protagonisti stanno assistendo a qualcosa di così antico, così inspiegabile che è necessario viverlo per poterne cavare un ragno dal buco. Mi è piaciuto molto il finale, che resta in questa filosofia di fondo dell’horror come era inteso cento anni fa.

RIASSUMENDO
Lo consiglio agli amanti del genere horror puro, ma non aspettatevi un’immedesimazione nei personaggi perché resterete delusi.

Parasite

Preferisco aspettare qualche giorno prima di parlare di un film, più che altro per sedimentare il tutto e lasciare a galla le cose più importanti che riescono a rimanere ancorate nella memoria.

Il giorno dopo l’uscita non mi sono fatta mancare l’occasione e, in una sala completamente vuota (altro che “one ticket please”) ho visto finalmente Parasite, il film del versatile Bong Joon Ho che si è guadagnato la Palma D’Oro al Festival di Cannes.
Volutamente, come al solito, avevo cercato di andare in sala più spinta dai commenti “neutri” sulla pellicola e dai continui “guardatelo!” che leggevo sui social, evitandomi spoiler di trama che andassero oltre il trailer.
Cercherò quindi di fare altrettanto, quindi niente paura non ci saranno spoiler.

Prima cosa che posso dire su questo film: guardatelo. Sarà la fortuna del principiante ma al secondo film che vedo e di cui scrivo qualcosa su questo blog posso solo ritenermi davvero una persona molto fortunata ad aver visto un’altra grande pellicola a meno di un mese di distanza.

Tutto il mondo è paese
Questo film riesce perfettamente a farti dimenticare che stai guardando una pellicola coreana e non inteso in maniera cattiva, ma se si pensa al cinema più lontano a quell’idea occidentale che abbiamo delle sequenze, dei dialoghi e delle trame, spesso la prima paura è quella di non sentirsi vicini alla storia. Invece con Parasite stiamo parlando davvero la stessa lingua in ogni cosa. Si potrebbe dire che a facilitare il discorso è il fatto che il regista ha lavorato molto su altre pellicole americane, ma in realtà quello che traspare comunque dal film stesso è che non si sta parlando di qualcosa che viene forzato nella cultura della Corea del Sud, perché (fortuna o sfortuna) le tematiche che affronta il film sono presenti in ogni paese del mondo. Mi sono sentita totalmente immersa nelle storie dei personaggi e non ho faticato assolutamente a comprendere anche piccole sfumature magari lontane dalla mia quotidianità. I dialoghi sono perfetti: hanno un ritmo molto semplice, frazionati a volte da alcuni piccoli momenti di silenzio che calzano a pennello col bisogno di riflessione dello spettatore. La regia è quasi folle, con una sceneggiatura che si fa fatica a inquadrare in un genere perché tutto il film regge su commedia, dramma, thriller intercambiando e sfumando queste categorie quasi a volerle distruggere.

Parassita
Il titolo è semplice e già il trailer ci dà un assaggio, seppur molto calcolato, su ciò che è il film. La famiglia Kim vive nel piccolissimo seminterrato di un palazzo. Padre, madre e due figli, tutti senza lavoro. Scroccano lo scroccabile, vivono quasi alla giornata e addirittura approfittano di una disinfestazione di strada per farsi disinfestare la “casa” stessa lasciando le finestrelle aperte così da far morire le cimici che li tormentano, poco importa se anche loro ci rimettono in salute. Un quadro abbastanza chiaro, che già dal titolo sembra parlare essenzialmente di questi quattro disgraziati e qui la parte comica in realtà diventa la chiave di tutto, perché nella loro semplicità le difficoltà vengono spesso quasi sminuite da una sottile ironia sulla loro vita e sul concetto anche un po’ scaramantico di fortuna.

Homo faber fortunae suae
Diventa subito chiaro il motto della famiglia Kim, che non è essenzialmente quello di fregare gli altri, ma quello di cogliere immediatamente ogni occasione possibile per migliorare la loro posizione. Così (tranquilli, sto ancora attraversando un’analisi del trailer) Ki-woo (Woo-sik Choi), il figlio più piccolo della famiglia, decide di cogliere al balzo la proposta di un amico universitario che insegna privatamente inglese alla figlia di una ricca famiglia e che, dovendo egli partire per l’estero, gli chiede di sostituirlo. Ki-woo non ha un diploma, ma le conoscenze dell’inglese sono ottime ed è capacissimo di occuparsi di un simile incarico. Per i documenti ci pensa la sorella maggiore Ki-jung (So-dam Park) falsificando un attestato con Photoshop. Una piccola bugia che potrebbe però migliorare la situazione di tutta la famiglia. Come dicevo prima, di base non è un gioco al fregare i ricchi. La famiglia Kim vuole davvero lavorare, guadagnare e migliorare la propria posizione e riuscire ad uscire da quello scantinato decrepito.

Siamo sinceri
Il concetto, soprattutto per l’idea che abbiamo noi italiani, mi ha fatto riflettere sul fatto che non riusciamo a condannare un’azione come questa: falsificare un documento per delle ripetizioni. Chi sono io per giudicare? Oggettivamente il ragazzo è bravissimo con l’inglese… non sta prendendo una cattedra in una prestigiosa università, fa solo le ripetizioni a una ragazzina ricca. Ed è qui che il film, partendo appunto da un modo leggero di presentarci i Kim, ci fa subito quasi tifare per questa piccola rivalsa e ci fa sperare che il loro piano possa andare in porto. Qualche soldo in più e già si mangia. Solo che il film è così corretto nei nostri confronti da farci già capire che, come esseri umani, semplicemente non basterà. Se si può avere di più perché non provarci?

Guarda caso
Cercherò ormai di non affondare troppo nella trama del film proprio perché penso che sia necessario semplicemente vederlo per cogliere le varie questioni e sfumature. Però è già chiaro: prima Ki-woo, poi la sorella… insomma se c’è spazio per tutti in questa grande e ricca famiglia dei Park e si può fare qualcosa, perché dico ancora… perché non provarci? Quindi una sequela di raccomandazioni di una tizia che conosce un tizio che conosce un altro tizio… insomma ci siamo capiti.

I ricchi sono buoni perché sono ricchi
Sembra quasi di tornare a parlare di Joker, almeno ovviamente sulla dinamica sociale della disparità tra chi vive nei bassifondi e chi invece ha addirittura una intera collina su cui adagiare la sua casa di design. La solita immagine di due mondi che si guardano da lontano e non entrano mai in contatto, come osservatori da una parte distratti dalla loro quasi noiosa quotidianità e dall’altra trasognati di fronte a tante possibilità.
I ricchi ci vengono presentati dal punto di vista dei Kim: stupidi, creduloni e… ricchi, quindi gentili perché hanno i soldi e non stanno a contarli. E’ un’immagine forte questa, perché il film non cerca di darti una idea più aperta, più oggettiva, ma proprio vista dal basso di questa categoria sociale. Davvero chi è più ricco tende per natura ad essere più gentile? Ovviamente subito ho pensato “no assolutamente, la gentilezza non è qualcosa che si misura con il denaro, i regali etc.” ma riflettendo un attimo mi rendo conto di quanto invece è proprio il paradosso della società moderna: la critica sociale forte che traspare è come, nonostante le buone intenzioni di lavorare sodo per guadagnarsi il pane, gli stessi Kim sostengono di non essere delle brave persone perché lotteranno sempre per arrivare primi, per non farsi strappare nessuna possibilità dagli altri.
I nostri protagonisti lo sanno e lo sostengono con forza: chi ha i soldi può permettersi di perderli, loro invece non possono permettersi di sbagliare, di farsi soffiare un’occasione di agiatezza qualunque e faranno di tutto per sopravvivere.

Guardatelo
Non posso e non voglio dire molto altro su questo film, tranne che guardatelo. E’ una pellicola che corre veloce, inaspettata e straordinaria. Un cupo dramma travestito da commedia e viceversa, un susseguirsi di situazioni paradossali e classici prevedibili. Vi farà amare e odiare ognuno dei suoi personaggi, e un po’ anche voi stessi. Parasite apre velocemente le porte della narrazione e immerge lo spettatore dentro se stesso e dentro gli altri in un’altra pellicola necessaria per tutti in questo 2019.

Joker

Comincio col botto, apro le danze (ho scelto accuratamente questa frase) con il film del momento, quello che ha smosso da una parte e dall’altra l’opinione di tutto il mondo… Joker.

Premetto che questa, come tutte le altre mie indagini interiori sui film che verranno, è la pura espressione di un’opinione personale, una visione che non viene da una cinefila accanita ma da una spettatrice qualunque. Non cercherò similitudini strane o scopiazzature e non viaggerò per mondi paralleli. Questa sono io, dopo aver visto da sola un film al cinema, seduta sulla mia sedia numerata davanti a un grande schermo.

Bene, Joker.
Ne avrei davvero troppe da dire su questo film, troppe idee che continuano solo ad aumentare man mano che rifletto sull’opera. Ho delle serie difficoltà in effetti a mettere insieme un discorso coeso e lineare perché so che significherà inesorabilmente che dovrò lasciare da parte le diramazioni varie che ogni tematica porterebbe con sé. Ma devo dire qualcosa, perché questo film se lo merita davvero.

Quando ho visto il primo teaser, con un Joaquin Phoenix quasi irriconoscibile cui si sovrappone lentamente una diapositiva di questo clown fino a sopraffarla; quando ho visto per la prima volta quel trucco mi sono sentita un po’ confusa, forse anche preoccupata. Il Joker, un personaggio che ho amato fin da piccola, così eclettico e pieno di possibilità, così diverso nelle interpretazioni che si sono susseguite negli anni ma sempre lui, sempre riconoscibile nei suoi vari interpreti, eccezion fatta per me per un Jared Leto discutibile… ecco quel Joker avrebbe avuto ancora un’altra faccia, un altro trucco.

I mesi si sono susseguiti e, sedimentata buona parte dei dubbi, ho evitato accuratamente di guardarmi ogni tipo di trailer: sapevo già che volevo andare a vedere questo film e non servivano conferme, non volevo anticiparmi nemmeno un fotogramma.
Così sono andata in sala convinta, e dalla prima all’ultima scena sono stata totalmente rapita da questo capolavoro.

La vita è dura
Il film ci presenta Arthur, di cui potremmo parlare per ore davvero. Un uomo abbastanza anonimo che tira a campare. Un clown da feste, bullizzato da dei ragazzini in strada. Una persona fragile che usufruisce dei programmi sanitari della città per poter avere qualcuno a cui raccontare i suoi disagi e per potersi curare dai disturbi psichici. Un figlio affettuoso che si occupa di una madre anziana e problematica. Un sognatore.
Arthur è stato definito da molti spettatori un tipo “estremamente sfortunato”, al limite del paradossale, una caricatura esagerata che vuole muovere a una compassione altrettanto esasperata. Eppure nel seguire la sua quotidianità non l’ho vissuto come una situazione così lontana dalle nostre realtà, non ho pensato per un istante che non esista un po’ di Arthur in tutti noi, e che non ci siano delle persone in queste condizioni nel mondo. Purtroppo, e qui lo dico per tutti quelli che ancora hanno dei dubbi, Arthur esiste, ma nessuno lo vede.
Ed è questa la chiave per capirlo: il suo desiderio di essere riconosciuto, capito e amato per come è. Un uomo che arranca ogni giorno su per una scalinata, come ad uscire dalla profonda solitudine e dalla continua battaglia con se stesso.

La cosa divertente dell’avere una malattia mentale
Arthur ha molti problemi psicologici, infatti prende sette medicinali diversi. La prima cosa che ho pensato: cavolo ne prende abbastanza da far sì che si annullino tra di loro. In effetti la situazione è critica, ma nessuna delle sue patologie viene esplicata chiaramente nel film, tranne una.
La risata incontenibile di Arthur, che compare solitamente in momenti di forte imbarazzo del personaggio, di tensione o senza motivi apparenti, esiste ed è uno stato di incontinenza affettiva chiamato Pseudobulbar Affect: una patologia causata da un danno neurologico. Una risata che da subito, appena in sala ho capito che era un disturbo, mi ha ricordato quel modo sguaiato ed estremo del Joker di ridere tra una frase e l’altra, come ad aver afferrato qualcosa di ironico nascosto tra dialoghi e scene. Anche Arthur sembra ridere di gusto, per quanto i suoi occhi si riempiono di lacrime e l’imbarazzo e la sofferenza smontino la metà del suo viso che non è teso in quella risata. Una sofferenza guardarlo ridere ed essere additato, ridere ed essere picchiato, ridere e non riuscire a dire le battute che vorrebbe quando finalmente è riuscito a salire sul palco del “Pogo club”.

Io sono Arthur Fleck
Non è stato così difficile entrare in alcune dinamiche di Arthur, perché quello che Todd Philips (regista) ci presenta è un uomo che sogna ad occhi aperti, un uomo che ha delle visioni idilliache che alimentano le sue speranze. Come dimenticare la scena in cui si immagina al “Murray Franklin Show” dove le persone lo ascoltano, empatizzano con lui e si sente amato da tutti? O quando, verso il finale, prova da solo la scena di entrata allo stesso show prima di andare in onda? Non è mai capitato a nessuno di “fare delle prove” per un evento o una situazione importante, di sognare situazioni difficili, ma possibili, ad occhi aperti? Io non mi sono sentita così lontana da questa visione, dall’intento di cercare di essere Arthur, dal tentativo di aprire una lotta dentro me stessa tra l’empatia per il personaggio e la voglia di distaccarmi dalle sue azioni e dalle sue scelte.

Una brutta giornata
La vita di Arthur è dura, l’abbiamo detto. L’impressione che ho avuto subito è di un vaso incrinato, pronto a rompersi in ogni momento. La citazione per eccellenza che questo film fa al personaggio del Joker è presa da “The Killing Joke” di Alan Moore dove lo stesso personaggio dichiara che basta una brutta giornata a cambiare un uomo. Arthur ha avuto una brutta giornata, “delle settimane un po’ dure”, una vita orribile. Vita di cui lui si rende conto di aver dimenticato i veri momenti di perdizione, quelli della sua infanzia in cui è stato maltrattato e dalla quale non riesce a cavare un vero perché, una vera ragione di esistenza. Sì Arthur ha avuto una brutta giornata, ma il Joker no. Quello che trasforma, che sposta totalmente il personaggio da un confine all’altro è in realtà la totale resa alla sua essenza. Le cose cominciano a precipitare quando Arthur decide di non stare più in silenzio a subire, e spara ai tre ragazzi di Wall Street che lo stanno picchiando selvaggiamente. Spara con rabbia, senza altro obbiettivo che non quello di terminare ciò che non va più nella sua vita. E tornando all’empatia (stiamo ancora parlando di un film) non sarò ipocrita, io ero totalmente dalla sua parte. Basta Arthur, hai ragione. La sua è una rabbia così forte che addirittura rincorre l’ultimo dei tre fino alle scale della metro, per poi rendersi conto davvero di ciò che è successo e con un fischio sordo nell’orecchio scappa da tutto. Istintivo, ma davvero è stato solo questo?

La danza col diavolo nel pallido plenilunio
Corre lontano, si nasconde in un bagno pubblico.
Balla.
Joaquin Phoenix ha sempre sostenuto che Arthur ha una musica dentro, una melodia sopita, quasi magica.
La danza è catartica, sembra quasi un susseguirsi di posizioni tantriche che liberano energia, mentre il respiro di Arthur si calma, i nervi si distendono e lui si sente finalmente connesso a tutto il suo essere. Completo.
La danza di Arthur si chiama Joker, e comincia da qui in poi a venire in soccorso del nostro personaggio, a salvarlo da imbarazzi, a renderlo libero da ogni vincolo e morale.

Era bello immaginarti così…
Ho già detto che è difficile fare un’analisi continuativa di questo film, ma tornano un po’ indietro e andando avanti allo stesso tempo abbiamo anche conosciuto, montato e smontato il personaggio di Sophie (Zazie Beetz). La classica ragazza della porta accanto che conosciamo per caso in ascensore e che vediamo a fianco di Arthur in alcuni dei momenti più importanti della sua vita per poi scoprire che, ascensore a parte, lei non è mai stata con lui. A parer mio l’intento del regista, quando tutta questa relazione molto strana per noi spettatori viene smontata, è stato quello di mostrare al pubblico che niente era vero, ma Arthur sapeva già che Sophie era una sua fantasia. Una consolazione sognata che gli ha dato la forza di affrontare finalmente il pubblico del “Pogo club” di Gotham, una voce che lo ha assecondato e che gli è stata vicina nei momenti più difficili.
Quando Arthur si arrende al baratro in cui sta sprofondando, dopo aver scoperto che ciò che davvero contava nella sua vita era stato tutto una bugia, lascia andare anche quell’ultimo pensiero felice che teneva salda la sua mente.
Da ciò che vediamo nel film sembra restare irrisolto il dubbio atroce che Sophie sia stata in fine uccisa da Arthur, e riflettendo sul fatto che risparmia il suo amico Gary perché è sempre stato buono con lui, penso che abbia fatto lo stesso con la ragazza. Lui cercava un ultimo, disperato, tentativo di conforto dalla perdizione, ma non poteva trovarlo in una casa dove era poco meno che uno sconosciuto.

Il tipo di clown che crea un movimento
Arthur, involontariamente, muove il pensiero di rivalsa dei poveri di Gotham City. La grande tematica della lotta dei poveri e reietti della società contro i ricchi, così distanti dalla realtà delle strade e dalle difficoltà trova il suo simbolo nel clown della metro. Non si tratta di un desiderio condiviso da Arthur: la sua è una battaglia personale contro tutto, contro anche sé stesso. Questo è il messaggio, non ci sono tanti altri giri di parole. Lo stesso Joker lo sosterrà, non c’è un inconscio desiderio di sommossa ma solo di essere riconosciuto come persona. Le polemiche sul rischio che questo sia un film pericoloso, che incita alla lotta contro il potere, contro i ricchi e i governatori è portata avanti da chi non ha guardato bene il film, da chi non l’ha capito. Il fatto che Gotham City sia l’emblema estremo dei mali della nostra società e che il Joker affondi le radici del suo tedio, della sua insofferenza personale e della sua rabbia nei cuori degli abitanti è dato appunto dall’estrema realtà di questa città. Potrei continuare sull’argomento ma, davvero, non è questo il tema. E se non l’avete capito riguardate il film vi prego.

Spero che la mia morte…
Tralasciando a malincuore molte altre questioni e scene nella mia riflessione e andando oltre Sophie si arriva al punto di non ritorno dove Arthur decide che è stanco, troppo, e spera che la sua morte abbia più senso della sua vita. Così, dopo aver totalmente rotto ogni ponte, dopo essersi tolto ogni rancore contro chi gli ha fatto del male, decide di prepararsi a uscire di scena in diretta televisiva, al Murray Show dove è stato invitato. Vuole chiudere per sempre, mostrandosi per una volta a tutti, mostrando che lui esiste davvero.

Tu sei orribile
E arriva alla fine la famosa diretta del “Murray Franklin Show” dove Arthur riesce ad approdare fuggendo dalla polizia, truccato di tutto punto da Joker.
Finalmente conosciamo anche noi di persona Murray Franklin (Robert De Niro) e Arthur, dal suo specchio con su scritto col rossetto “fai una faccia felice” lo supplica di presentarlo come Joker.
Quel nome, appioppato, calato sul nostro personaggio come una scure di umiliazione dallo stesso Murray quando, qualche giorno prima, lo prendeva in giro mostrando le riprese al “Pogo Club” dove si è esibito Arthur. Quel nome vuole farlo risuonare nelle teste di tutti gli spettatori. Accetta di stare allo scherzo di cui è vittima, lo ingloba nel suo essere trasformandosi definitivamente.
Da principio vuole proseguire col suo piano: farla finita. Poi qualcosa scatta quando, cercando una buona battuta, legge tra i suoi appunti “spero che la mia morte abbia più senso della mia vita” e possiamo salutare definitivamente Arthur e osservare il Joker prendere piano piano il suo posto, adattandosi un po’ caoticamente alla realtà. Così comincia un dibattito acceso, in cui Joker ammette di aver ucciso i tre di Wall Street, e tira un cazzotto morale dolorosissimo a tutti. Lui, un invisibile, uno che se fosse morto al posto di quei tizi gli avrebbero camminato sopra, è stanco di tutto questo perbenismo apparente. E’ stanco di sentirsi diverso, è stanco di adeguarsi, è stanco delle ingiustizie che tutti perpetuano nella città, anche Murray, arrivando a definirlo “orribile”.
Orribile. Il vocabolario ci dà così tanti spunti, e esistono così tante parolacce al mondo che fa quasi strano abbia scelto questa per definire il conduttore dello show. Ma orribile è una parola genuina, una parola che risuonerebbe meglio nella bocca di un bambino, perché è pungente nella sua semplicità. Orribile è lasciare un uomo malato di mente da solo, abbandonarlo come spazzatura e pensare di non doverne pagare le conseguenze. Pensare che non è un problema di tutti, che se è abbastanza lontano dagli occhi…

That’s life
Ho concluso il mio lungo percorso, ho parlato cercando di scegliere temi e parole ma potrei davvero… davvero continuare.
Per me non c’è molto altro da dire, questo è sicuramente uno dei film più belli che abbia mai visto, non tanto perché ha aperto una delle possibilità sulla nascita del Joker, ma perché non mi aspettavo di trovarmi di fronte a un’opera così semplice e complessa al tempo stesso. Uscita dalla sala sono stata mezz’ora a chiedermi cosa avevo appena visto, e sono voluta tornare più volte a vederlo, quasi alla ricerca dell’imperfezione ma in realtà, forse, per confortarmi che non sono una brutta persona.
La cosa stupefacente è che parla del Joker sì, e ci riesce perfettamente.
Il villain è nato, questo era solo il punto di partenza, la penna che si poggia sul foglio. Joker è nato, eppure il film parla di tante, tante altre cose, anche se non dovrebbe servire un film del genere per farci imbarazzare di fronte ai soprusi, per farci capire che, in una società dove l’apparenza è tutto, spesso se non sei qualcuno sui social, a lavoro, per strada, non esisti. Tutti esistiamo, ma siamo costantemente degli Arthur alla ricerca di uno spazio nel mondo dove sentirci, anche solo un pochino, amati, supportati, riconosciuti. Vivi.